Come ti trasformo una lezione al Master con Twitter: il caso IULM
September 12, 2009 by Segreteria del Master
Categoria Diario di bordo, Guest Writing
Nei giorni scorsi è apparso su Il Giornale un articolo scritto a due mani da Marco Massara, uno dei nostri docenti del Master (che cura la rubrica settimanale Tech&Web sul quotidiano) e Michela Simoncini, studentessa del Master che fa regolarmente il live blogging delle lezioni su Comunicatestesso.com.
L’articolo riassume gli eventi che si sono svolti in aula durante una lezione sulla web analytics. Eventi che definiamo particolarmente significativi per l’influenza che gli strumenti di web 2.0 (in particolare Twitter, Friendfeed e blog) hanno avuto sull’andamento della lezione stessa, principalmente per i seguenti motivi:
- si è potuta sfruttare la rete di contatti esterni su vari social network per avere altri punti di vista su uno stesso argomento
- è stata favorita l’interattività in tempo reale tra l’aula ed il mondo ‘esterno’
- il tutto ha fatto sì che nascessero nuovi spunti di riflessione ricevendo nuova linfa dall’esterno e condividendo la conoscenza tra tutti i partecipanti
Vi invitiamo a leggere l’articolo nella sua versione integrale e a condividere con noi le vostre esperienze di partecipazione ‘allargata’ 2.0 indipendentemente che siano avvenute in campo didattico, lavorativo o in un qualsiasi altro momento della vostra giornata in cui i nuovi strumenti social 2.0 hanno fatto la differenza.
Allo IULM si discute Chris Anderson, “La coda lunga” (Tit. originale “The Long Tail”)
September 4, 2009 by Segreteria del Master
Categoria Diario di bordo
Il libro parla dell’evoluzione grazie a internet del mercato libero mondiale, che moltiplica radicalmente le possibilità di vendita e di acquisto di qualsiasi prodotto, anche della pubblicità.
Chris Anderson inizia il discorso del nuovo fenomeno della “coda lunga” parlando della facilità oggi di ricevere sul proprio pc tutta la musica disponibile, tutti i dvd e film disponibili a un prezzo irrisorio.
Bisognerebbe uscire dalla mentalità hit-cratica cioè la mentalità che porta a credere che la cosa migliore sia quella che le viene propinata dai mass media più importanti: ogni persona ha la possibilità di scavare nella propria nicchia e ogni individuo possiede la propria nicchia. Sempre più gente si sta allontanando dai soliti media, la grande possibilità dataci dalla “coda lunga” è quella di avere spazi infiniti dove inserire tutti i prodotti sul mercato; i limiti dei negozi “calce e mattoni” sono quelli di pagare un tot per lo spazio di scaffale, per essere in pari per un centimetro di scaffale il negoziante deve vendere quel prodotto almeno 4 volte l’anno, tutto questo non avviene in internet in quanto i prodotti non hanno costi, o sono molto più bassi.
La “coda lunga” è un processo derivato dalla possibilità di accedere a un numero indefinito di beni, che sono immessi sul mercato di internet da piccoli distributori o produttori: è proprio questa la differenza della new economy o net economy rispetto alla economia tradizionale: la possibilità di accedere in maniera differente alla produzione e distribuzione di beni o servizi (Youtube, Google, siti personali, blog aziendali).
La “coda lunga” esprime il successo dei tanti piccoli prodotti/servizi che vendono meno rispetto agli hit ma tuttavia essendo in quantità superiore rispetto agli hit rappresentano la parte più sostanziale delle transazioni economiche in rete (vedi le micro-transazioni economiche baluardo delle new economy basato sulla ricerca, che ha determinato la straordinaria ascesa di Google, che per ogni click guadagna circa 25 cent), e vanno a influire anche sul mercato “calce e mattoni”.
Prendiamo l’esempio di Amazon.com, che ha costruito un database immenso di libri vendibili che richiederebbe una spesa molto maggiore se quei libri fossero in formato cartaceo esposti in punti vendita fisici. Solo il fatto che un prodotto sia richiedibile on demand dà la possibilità a quel prodotto di non essere fisico finchè non ci sia un acquirente. Jeff Bezos, fondatore di Amazon, costruì anche un inventario digitale dei libri di negozi privati che utilizzavano Amazon come vetrina per i loro prodotti. In questo si legge anche la propensione mediatrice di grandi compagnie come Amazon, sulla scia anche di Google e della ricerca, propensione di mediare un mercato, di fare da intermediari tra domanda e offerta. Una volta messe insieme queste due, per i potenziali intermediari (Amazon, Google, Yahoo, Microsoft) il mercato è enorme.
L’esempio di Netflix.com, abbassando il prezzo un prodotto vende molto di più: una persona noleggia sette dvd al mese su Netflix.com, dalla videoteca normale ne noleggerebbe 3, proprio perché Netflix distribuisce i suoi beni in maniera digitale, arrivano tramite email.
Esiste la “coda lunga” della pubblicità, la “coda lunga” del lavoro, la “coda lunga” di tutto: Anderson ci spiega che con internet la vendita, l’acquisto, il lavoro e la conoscenza sono a disposizione di tutti (peer production), anzi sono proprio tutti i prodotti/servizi di nicchia, per poche persone che fanno la ricchezza di internet. La filosofia del peer to peer trova la sua più completa realizzazione.
La “coda lunga” è un concetto illuminante anche in senso temporale: una volta immesso un prodotto/servizio, o un’informazione, o un thread significativo di una conversazione focalizzata su qualsiasi argomento, quel segno sul web rimane lì nel tempo (anche se limitato), ricercabile e fruibile da tutti, sono proprio tutti questi minuscoli punti che formano la “coda lunga”. (Uno dei principali problemi della rete è il web invisibile, anche se i bit possono essere eterni una pagina web datata negli anni non è più ricercabile ma grandi società stanno lavorando a un archivio di internet eterno, pensiamo a quello che potremmo cercare tra 100 anni su internet relativo a oggi, sarebbe la ricerca perfetta ma questi sono temi più grandi, studiati da altri autori).
Prima dell’avvento di internet i piccoli investitori/inserzionisti avevano poche possibilità di inserirsi nel grande mercato della pubblicità e del marketing tradizionale: oggi invece grazie ad aste che Google promuove sul suo motore di ricerca hanno la possibilità di emergere, comprando parole chiave ben indicizzate oppure ottimizzando al meglio i propri siti.
Anderson costruisce quasi un’eziologia della nascita di un prodotto in internet: l’autore diventa egli stesso il prodotto.
Tramite una stampante particolare, capace di lavorare sul metallo, Anderson teorizza la possibilità futura di fabbricarsi pezzi di ricambio per auto direttamente a casa propria, può sembrare fantascienza ma dieci anni fa anche avere un intero archivio musicale in tasca poteva sembrarlo.
Vito Lopriore
Il Personal Branding: gestire la propria reputazione online nell’era dei social media
September 3, 2009 by Segreteria del Master
Categoria Diario di bordo
Il concetto di personal branding è emerso per la prima volta nel 1997 con l’articolo di Tom Peters The Brand Called You pubblicato sulla rivista americana Fast Company Magazine. Più che un articolo, quasi un manifesto di diverse pagine anche per la validità dei contenuti che sono tuttora attuali. Tom Peters suggeriva di vederci come direttori marketing del nostro brand-persona, CEO dell’azienda ‘Io SpA’ e parlava già della forza del ‘word of mouth’ sociale.
L’ammontare di contenuti presenti in rete sull’argomento è a dir poco sbalorditivo: Google elenca 15.900.000 risultati con le parole chiave ‘personal branding’ e addirittura 83.700.000 risultati digitando ‘personal branding social media’. Vi sono interi blog dedicati al personal branding tra i quali spicca il popolare www.personalbrandingblog.com di Dan Schawbel, definito dal New York Times ‘personal branding guru’. Lo stesso Dan Schawbel ha creato la sua fortuna con il personal branding, pubblicando anche un libro Me 2.0 ed una rivista, Personal Branding Magazine, oltre al citato blog. Secondo Dan “we are all brands” e descrive in poche semplici parole cosa è per lui il personal branding come “il modo in cui ci presentiamo all’esterno”, quindi non come ci vediamo noi, ma come gli altri ci percepiscono, ci vedono e si ricordano di noi. Dunque vale la pena lavorarci sopra.
Rimanendo in Italia, Luigi Centenaro ha scritto un ebook Personal Branding con i Social Media che è stato scaricato più di 5.000 volte e che presto, con le dovute modifiche, diventerà un libro vero e proprio edito da Hoepli. Ci sono anche blog completamente dedicati all’argomento come www.personalbranding.it
Vi è chiaramente un parallelismo tra le strategie di personal branding e quelle di product branding. Innanzitutto esse condividono la stessa matrice: il marketing. Queste strategie si esplicano quindi con azioni mirate, attraverso le quali si cerca di costruire un’identità visibile, individuando le ‘unicità di prodotto’, ed andando a lavorare sulla percezione che gli altri hanno di noi, sulla reputazione della marca/persona e a gestire la comunicazione in base agli obiettivi strategici che vogliamo raggiungere.
Ma come fare? Da dove cominciare? Le prime domande da porsi sono:
- chi siamo
- cosa facciamo
- in che cosa ci differenziamo dagli altri
- su cosa possiamo fare leva per evidenziare le nostre unicità
Rispondere con chiarezza di pensiero e con sincerità a tutti i punti, prestando una cura particolare al terzo e quarto, significa riuscire a ritagliare potenzialmente una nicchia per se stessi. Ci si propone in Rete come qualcosa di diverso e non come il clone di altri, offrendo un valore aggiunto che sia in grado di fare la differenza e possa determinare il nostro successo personale in Rete e fuori.
E’ sensato avere una strategia integrata di personal branding sui SM, ma questo non implica che bisogna pubblicare gli stessi contenuti indiscriminatamente su tutte le piattaforme utilizzate. I contenuti che vogliamo diffondere sui SM devono essere declinati a seconda degli ambienti che si frequentano e del pubblico/target che si vuole raggiungere. Ad es. molte persone usano Facebook per rimanere in contatto con amici, di vecchia data e nuovi, più che per motivi di lavoro. In tal caso non avrebbe senso inviare su FB lo stesso status update che si è creato per il profilo professionale su Linkedin o su Twitter, anch’esso sempre più spesso usato per tessere e sviluppare relazioni di business: sapere quindi sempre con chi si sta parlando, di cosa e del perché lo si fa…sono le buone regole di comunicazione che ritornano a galla, anche sui SM. Chi ha un blog potrà utilizzare questo spazio come ‘sede centrale’ della propria attività in rete, dove poter trattare su più vasta scala gli argomenti di suo interesse e competenza, dove poter indicare opportunamente i profili sui vari SM a cui partecipa e costruire con il tempo (ci si augura) una online reputation e di conseguenza una propria audience.
Il personal branding è legato indissolubilmente alla fiducia che riusciamo a costruire intorno a noi, così come accade per i marchi a cui quotidianamente affidiamo le nostre scelte: perché acquistiamo un paio di Nike piuttosto che di un altro brand? Perché compriamo una determinata marca di caffé? Spesso la risposta è perchè riponiamo in quel bene/marchio la nostra fiducia che la sua promessa di aggiungere valore o di soddisfare un nostro bisogno verrà mantenuta. Sulla fiducia si basa la gran parte delle scelte che vengono fatte in ogni momento nel mondo sia nel business, che nella politica, che a livello personale.
Nel personal branding la fiducia si costruisce passo per passo intessendo relazioni sia on-line che off-line con i gruppi e le persone che abbiamo individuato come stakeholder strategici per la definizione della nostra marca/persona. Sui SM le relazioni si costruiscono non solo con la presenza ma con la costanza, con l’ascolto, con l’empatia, con la partecipazione, con la condivisione, con la conoscenza…tutte attività che sono essenziali sui SM per il successo tanto di qualsiasi campagna di marketing, quanto per la promozione di se stessi.
I SM non hanno cambiato le regole fondamentali di una buona strategia di personal branding, ma ne hanno piuttosto ampliato esponenzialmente le possibilità di promozione, la rapidità di diffusione dei contenuti attraverso la viralità ed il passaparola. Chiaramente, ciò che può essere visto come un vantaggio intrinseco di questi nuovi strumenti di comunicazione, può anche rivelarsi un’arma a doppio taglio nel momento in cui ci si improvvisa in un ruolo creando una presenza digitale che non abbia una direzione precisa o che non sia in sintonia con la nostra ‘vera’ personalità nella vita reale. Attenzione anche a ciò che si fa in Rete e che si pubblica: la linea di demarcazione tra la cosiddetta vita reale e vita digitale è ormai scomparsa. In molti casi il primo passo per avere informazioni su una persona è digitarne nome e cognome su Google. Questo è sempre più importante in ambito lavorativo dove i SM sono frequentemente utilizzati da potenziali datori di lavoro per verificare la reputazione e l’immagine in Rete dei candidati. Negli USA il 45% di chi assume controlla le credenziali del candidato sui vari SM prima di prendere una decisione.
La Rete ha un’ottima memoria e niente di quello che accade online viene cancellato, quindi attenzione ai passi falsi.







